Data 05/03/2017

Le nostre vette si sono salvate dal modernismo

Trentino

Il libro di De Rossi sulle costruzioni nelle Alpi apre un confronto con la realtà dolomitica

La domanda è quasi un outing e a porsela è la platea di intellettuali della pianificazione territoriale trentina di fronte alla “summa” in due corposi volumi sulla “Costruzione delle Alpi”, dell’autore e urbanista piemontese Antonio De Rossi: per quale motivo nelle Alpi Occidentali, dove il modernismo ha ferito a morte il paesaggio alpino, si è sentita l’esigenza di analizzare due secoli di edificazioni attraverso la lente architettonica, mentre in Trentino Alto Adige nessuno ha coltivato questa sensibilità? Innanzi tutto è utile capire come si articolano i due libri: “La Costruzione delle Alpi. Immagini e scenari del pittoresco alpino 1773-1914” e la continuazione “La Costruzione delle Alpi e il modernismo alpino 1917-2017”, fresco di stampa, e presentato l’altro giorno, con la folta partecipazione di urbanisti e studiosi, nello Spazio Alpino alla casa della Sat di Trento alla presenza dell’autore, dell’antropologo Annibale Salsa, dell’architetto Marco Piccolroaz, di Bruno Zanon presidente del Comitato Scientifico Step (Scuola territorio e paesaggio) e di Gianluca Cepollaro direttore di Trentino School of Managment. «Per quanto paradossale possa a prima vista sembrare, le Alpi, così come oggi noi le conosciamo e le percepiamo, non sono sempre esistite. Esse sono state “costruite” attraverso un duplice processo - secondo De Rossi - quello della trasformazione del territorio alpino, della materiale immissione e implementazione di progettualità e manufatti umani».

Il primo volume dunque, dedicato allo spazio alpino occidentale compreso tra Italia, Francia e Svizzera, impreziosito da un ricchissimo apparato iconografico, affronta proprio questo tema: la modificazione dell’ambiente e del paesaggio montano nel periodo compreso tra la seconda metà del 1700, momento della scoperta delle Alpi da parte delle società urbane europee, e il fissarsi, attorno ai primi anni del 1900, di un’idea di montagna legata alla metamorfosi turistica operata dalla Belle Époque. Il secondo volume affonda lo sguardo nel Novecento, nella scoperta della neve come nuovo ingrediente che ridefinisce la montagna, con le stazioni invernali, l’architettura moderna, il paradigma consumistico degli anni Sessanta (emblematiche a questo proposito le testimonianze fotografiche all’interno del volume). Al centro della scena, in quella che lo stesso autore definisce «la fase evolutiva ascendente», l’immagine e le pratiche del modernismo alpino, con la creazione di una nuova e inedita civilizzazione d’alta quota, strettamente connessa alle città fordiste della pianura. Alla fine degli anni ‘70, il modernismo delle stazioni sul modello Sestriere conoscerà la sua fase discendente, portatrice di una crisi profonda e di una radicale rimodulazione, con l’emergere di nuove sensibilità ambientali e di una diversa idea della montagna, che porrà al centro il tema della sua patrimonializzazione.

Questo per quanto riguarda le Alpi Occidentali. E a Oriente della catena alpina quali caratteristiche ha avuto il processo evolutivo? Ed ecco una possibile risposta alla domanda iniziale. Secondo Annibale Salsa, in Trentino Alto Adige non abbiamo subìto il modello “fordista” del capitale privato, grazie a organizzazioni culturali e amministrative forti, il turismo invernale su questo lato delle alpi è arrivato con molto ritardo rispetto a Piemonte e Valle d’Aosta. Piccolroaz ricorda come il turismo delle seconde case, che a Sestriere è sbarcato prima negli anni 40, in Trentino sia arrivato negli anni 60 e dopo pochissimi anni si sia sviluppata la repulsione nei confronti della speculazione edilizia, con il tentativo di ritorno alla tradizione.

E oggi, nell’era post industriale? Come si orienta il dibattito tra costruzione, spopolamento, reinsediamento e rivisitazione del concetto di abitare, lavorare e vivere la montagna? Il tema lo propone Bruno Zanon e sul fatto che servano risposte non ideologiche, ma un dialogo basato sulla storia, gli intellettuali concordano, come concordano sul fatto che l’opera di De Rossi sia basilare, in quanto fornisce una visione di insieme della storia delle Alpi, uscendo da quella settorialità (morfologica, geologica, storica, alpinistica) che spesso ne ha limitato la comprensione. A uscire dall’angolo è proprio De Rossi, il quale rammenta che il nuovo scenario in una storia delle Alpi che procede per fratture, lo determineranno i cambiamenti climatici e tutto il grande tema energetico e idrografico.


Elena Baiguera Beltrami